
Al cliente non interessa cosa vuoi essere tu, ma cosa puoi fare per lui, anzi, cosa stai già facendo per lui.
Nel precedente post vi ho servito un’espressione pruriginosa che farebbe senso pure se piazzata sul sito dello smanettone domenicale. Ripetiamola per ricordarci del saporaccio che emana:
“La nostra azienda vuole essere un punto di riferimento…”
Per me questa espressione è da esiliare assolutamente da ogni tipo di presentazione, about o mission che punti alla conquista del lettore/cliente.
Dice a chi legge che voi (intesi come azienda) non siete un punto di riferimento, volete esserlo, mah, chi lo sa, forse un giorno, magari no… Praticamente è come sbattergli in faccia una premessa simile: “Ehi, amico, affidati a noi, ma non contarci troppo, eh uh eh!”
La vedete? E’ la nube di polvere creata dalla sgommata del cliente in fuga. Leggi tutto

“La nostra azienda vuole essere/diventare un punto di riferimento…”
Nel leggere ‘sta roba potrebbe venirmi un triplo infarto a tracolla con scappellamento a destra, perciò ho deciso: oggi inauguro una serie di post in cui analizzerò espressioni e parole orripilanti che mi allontanano schifata da certi siti, tra i quali spiccano anche quelli di “comunicatori digitali” e markettari di varia gradazione.
Inutile fare la verginella, anche io sono passata da espressioni simili nel presentare me stessa, ignorando totalmente di darmi una badilata sulle gengive, o peggio, di darla sulle gengive della mia credibilità.
Sto bonificando la mia comunicazione. Ogni giorno guerreggio aspramente con chi crede fermamente in una comunicazione politicamente corretta e “tradizionale”, sicuro di dimostrare modestia o chissà quale altra pucciosità inutile nel mondo del business.
Fare o non fare, non c’è voler fare
Bonifica e divieto assoluto di affidarmi ad espressioni e parole virulente che dimostrano poca fiducia in me e nell’intelligenza dei miei clienti: alcune allungano il brodo, altre non dicono nulla, altre ancora sono solo autoreferenziali e quindi insipide per chi legge.
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L’insulto online è diventato un problema nazionale solo dopo aver palpeggiato giornalisti, politici e vip.
Da quanto lavoro online? Sette anni. Da quando ho cominciato a ricevere insulti più o meno anonimi? Da sette anni. Chi si è mai preoccupato del fenomeno prima che arrivasse a toccare giornalisti, politici e vip? Si contano sulle dita di un pesce.
Adesso l’argomento “insulto virtuale” ribolle in trasmissioni tv, quotidiani, web, bar dello sport e pure a casa mia. Sinceramente mi sono un po’ triturata la pazienza nel leggere ed ascoltare gente che momenti non sa manco accendere un pc parlare di web come se lo praticasse da sempre.
Premessa: condanno fermamente l’insulto, non è libertà d’espressione, non è un’opinione. Non puoi chiamarmi “puttana” e dirmi che è solo una tua opinione e, in quanto tale, sei libero di esprimerla, perché io a mia volta sono libera di censurartela, cosa che comunque non ho mai fatto nemmeno quando mi hanno minacciata di stupro. (Il blog sul quale apparve questa carineria non esiste più.)
La premessa, tuttavia, non intacca la mia tesi: adesso si sente il bisogno impellente di leggi anti-insulto-online unicamente perché le vittime di queste coliche verbali non sono più sconosciuti di poco conto, ma giornalisti, politici e vip di varia natura.
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Lassù, ai piedi del nick che titola questo blog ci sono tre parole: web developer, web smanettona e blogger. E’ quella che sono ora, ma voi continuate a chiamarmi smanettona, è più divertente.
Bentornati.
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#WebJob sta andando bene… be’, sì, c’è chi sfrutta l’hashtag per promuoversi. Fantasia sull’uso di questo hashtag mettimi le mani sulle chiappe!
A breve la nuova grafica del blog. Evviva me.
Oggi il mio gatto mi ha impastato la faccia.
Il post più breve della storia di questo blog. Forse sarà pure quello più letto.
Ps: se nostra signora sfiga non mi assiste, lunedì potrò presentarvi la nuova vestaglia del blog. Me la sfonderete con le vostre linguette appuntite, lo so. Vi adoro per questo.