Mani: quanto è importante mostrarle nei video?
Due giorni fa, su WMF, ho aperto un argomento riguardante l’importanza di mostrare le mani nei video tutorial di comunicazione e webmarketing.
Ora, la mia domanda -implicita- era questa: perché spesso nei video di comunicazione e webmarketing non si vedono le mani dell’oratore, bensì solo il faccione?
Me lo sono chiesta tante volte. Ho una marea di video – non dico salvati su pc, ma quasi – che mostrano tante facce, ma nessuna mano. Perché?
Il perché arriva inersorabile come un cliché: perché mostrare la faccia serve per farsi riconoscere dall’utente e quindi creare una sorta di fiducia che solo mostrando la faccia è possibile ottenere. Un po’ come la storia del nick e del nome rale, dell’avatar e della foto personale, ecc.
Per quanto riguarda i video in questione, che parlano principalmente di comunicazione, c’è un particolare molto utile che viene ignorato: le mani sono il primo strumento che il cervello usa per comunicare fiducia in chi ci ascolta.
Pare una stupidaggine, vero?
Non è così.
Avatar, quanto mi penalizzi?
Circa un mese e mezzo fa, discutevo con un amico a proposito di avatar, a seguito di un thread presente su Web Marketing Forum.
Da qualche tempo, un tot elevato di navigatori attivi ha sostituito i vecchi avatar impersonali con foto di se stessi.
Se prima si riteneva più intelligente non mostrare il proprio faccione in rete, ora è ritenuta cosa indispensabile per suscitare credibilità e fiducia nell’utenza: si rischia molto di più non mostrare che mostrare. Questo vale soprattutto per chi lavora in rete e per chi batte i social (sono concesse le risatine sul verbo “batte”).
Ora, fatta la premessa che molti riterranno scontatissima, vorrei condividere un piccolo “studio” che ho impost…ehm, condotto a proposito del mio avatar, ovvero codesto:
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Per questo sondaggino ho interpellato quattro amici in rete e quattro amici off-line, quattro donzelle e quattro maschietti.
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Comunicazione
Come tutti sanno, è iniziato lo SMAU. Come chi mi conosce sa, io non ci vado.
Non è una questione di princìpi, ma di mezzi e possibilità. Tuttavia alcuni, tra i quali quelli che dicono di seguire ogni mio blog (ergo pure quello sull’emetofobia), ancora mi chiedono perché non frequento convegni, manifestazioni, incontri, simposi, riunioni, partite di bocce fuori sede.
Ed è così che nascono discussioni simili a quella che segue.
A: “Scommetto che nemmeno quest’ anno andrai allo SMAU di Milano…”
Pika: “Hai un acume che mi spiazza!”
A: “Ma come potrai mai farti conoscere nell’ambiente se non vai mai a queste manifestazioni?”
Pika: “Non devo farmi conoscere da altri web lavoratori, ma dalle persone che non lavorano nel settore”
A: “Sì, ma gestisci un blog che parla di web, quindi devi farti conoscere, altrimenti non verrai mai presa sul serio”
Pika: “Abbi fede, nemmeno se morissi verrei presa sul serio…”
A: “Un po’ di tempo fa ho parteciapato ad un convegno sulla comunicazione efficace. Ho imparato una marea di cose. A questi incontri capisci proprio come la pensano le persone. Ti insegnano a capire chi ti sta davanti”
Pika: “Sei così convinto che due giorni di convegni ti aiutino a capire le persone?”
A: “Be’, lì ci sono comunicatori che si occupano del settore da anni”
Pika: “Bene. Tu leggi i miei blog, vero?”
A: “Certo. Tutti”
Pika: “Quanti convegni sulla comunicazione ti servono per capire una frase tipo “non viaggio mai perché non riesco a mangiare fuori casa“?
Le regole
Dopo tre anni di bloggeraggio anarchico, mi sono chiesta: ma starò sbagliando qualcosa con la mia prole virtuale?
C’è qualcosa che devo sapere per diventare una vera blogger?
C’è qualcosa che posso fare affinché i miei blog abbiano finalmente una vita sociale più attiva?
Sto attraversando quel periodo in cui la figliolanza, ormai adolescente, rifiuta regole e dettami del vivere in comunità o sono al cospetto di blog che rispecchiano in toto la mia personalità sociopatica?
Così, presa dal panico genitoriale, vado in giro per giardinetti online alla ricerca di quei blogger che spaccano, quelli che vengono invitati a parlare ai convegni, quelli che elargiscono consigli su come allevare il proprio blog senza il rischio che diventi un emarginato della società dei blogger. Gli S.O.S Tata dei blog, in pratica.
Gira di qua, gira di là, trovo un blog che ospita le regole su come bloggare, twitterare, facebookare, ecc.
Tra gli imperativi assoluti spicca cotanta pochezza intellettuale: “non inserire frasi personali nei vari social”.
Per frasi personali, la blogstar intende aberrità tipo “Ho mangiato pane e cotiche” o “mi vesto di stracci” o anche “vado a fare una cosina al bagno, spero non si senta la puzza”.
Insomma, il profilo è tuo, ma non tuo come pensi tu: tuo come penso io, ovvero scrivi solo cose che interessano a me e non a te, perché le cose che pensi tu non interessano a nessuno, cioè a me.
On air
Questo è uno di quei post spudoratamente autocelebrativi nei quali io e l’immodestia sguazziamo allegramente.
Ho sempre sostenuto che l’importante non è essere presi in considerazione SOLO da altri webquellochevuoi, ma anche da chi, pur conoscendolo bene, non si occupa di web.
Ebbene, Damiano Celestini, scrittore-giornalista-blogger-amicodeitempidellacomitiva, ha portato in radio uno dei miei post, più precisamente quello sulla Specie dei commentatori (atto primo e atto secondo), citando alcuni punti e riassumendone altri.
I perché dell’insano gesto mi sono a tutt’oggi sconosciuti, ma lo ha fatto e lo ringrazio, lo ringrazio per ciò che ha detto riguardo il mio modo di scrivere. E’ quanto mai ovvio che io non mi ritengo così brava. Sentirsi dire cose del genere da uno scrittore fa sempre molto sangue e quindi mi domando: posso mettere questo complimento nel mio Cv?
A parte i complimenti che ricambio con stima, questa citazione in radio mi ha fatto riflettere su quanto, per lavorare in rete, sia importante dire e autodefinirsi invece che mostrare semplicemente.
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Mi chiamo Francesca, ho un età compresa tra i 20 e i 30 anni (se indovinate vi faccio pagare un mese d'affitto), da qualche anno sperimento il lavoro sul web. Ho pensato tanto a come scrivere questo About (e a quanto potrebbe non interessare, no?)e, lasciata l'idea di farlo drammatico e strappalacrime, ho optato per raccontare solo l'essenziale, quanto basta per non farvi scappare via prima del secondo punto. Punto.







